Neolingua

La cultura dominante dalla A alla Z

Lorenzo Vitelli   Andrea Chinappi

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Da parole quali “maschio” e “femmina”, “guerra umanitaria” e “antipolitica”, fino a slogan come “Je suis Charlie”, la lingua diventa sempre più funzionale al potere. Chi detiene il monopolio dei concetti? Chi ne gestisce i significati? I Media. Creano neologismi, inventano nemici, incastrano il pensiero antagonista in “ghetti semantici” o parole-trappola tanto influenti da modificare completamente il nostro rapporto con i fatti. Siamo arrivati al punto in cui non pensiamo più con le parole, ma sono le parole a pensare per noi.

Le parole non sono solo parole, ma modi di percepire e interpretare il mondo circostante, e se non sono gli uomini che formano la lingua, ma è la lingua che forma gli uomini, allora come dice Rosa Luxemburg, «il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il proprio nome». Perché, in genere, ogni potere costituito tende a snaturare i significati dei vocaboli per modificare i fatti. A gestire questo processo nell’era in cui la digitalizzazione dell’informazione ha ridotto i tempi al minimo e dilatato gli spazi al massimo, sono i Mass Media. Creano neologismi e grazie a questi inventano nemici, alimentano il clima di tensione, danno vita allo stato di emergenza, costruiscono e affinano i “luoghi comuni”. Con la stessa aspirazione della neolingua orwelliana di 1984 – il cui obiettivo era quello di sopprimere i termini per sopprimere i concetti – il pensiero unico rende ogni individuo censore di sé stesso. Andare a riscoprire il vero significato delle parole al di là del chiasso mediatico, significa ritrovare un rapporto veritiero con la realtà che ci circonda, significa esplorare i meccanismi di gestione e conservazione del potere.

edizione:Circolo Proudhon
anno:2015
pagine:291
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