L’evoluzione dei popoli

Gustave Le Bon

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«Arrivato a quel grado di civiltà e di potenza in cui, credendosi sicuro di non esser più aggredito dai vicini, un popolo comincia a godere i benefici della pace e del lusso che le ricchezze procurano, le virtù militari svaniscono, l’eccesso di civiltà crea nuovi bisogni, si sviluppa l’egoismo. Non avendo altro ideale che il godimento precoce di beni rapidamente acquistati, i cittadini abbandonano la gestione degli affari pubblici allo Stato e perdono presto tutte le qualità che avevano costituito la loro grandezza. Allora vicini barbari o semi barbari, con bisogni minimi ma con un ideale potentissimo, invadono il popolo troppo civile, poi formano una nuova civiltà con gli avanzi di quella che hanno abbattuta»

I popoli hanno un’anima? Cosa distingue un popolo latino da un popolo anglosassone? Cosa determina l’evoluzione di una civiltà? Su quali elementi si fondano le disuguaglianze tra le diverse regioni del mondo? Gustave Le Bon tenta di rispondere a questi interrogativi indagando da vicino le idee ataviche, i sentimenti, le convinzioni, le istituzioni e le arti dei popoli nel corso della loro storia. Sebbene non si possa dimenticare che lo studioso francese sia intriso della mentalità positivista che permeava il mondo accademico Ottocentesco, e che vi sia spazio per la distinzione tra “razze inferiori” e “razze superiori”, le sue analisi rimangono di profonda attualità, e ci avvertono, in quest’era segnata dalla globalizzazione e dall’estendersi dei conflitti geopolitici, dell’esistenza di una “costituzione mentale” dei popoli – dovuta a fattori psicologici, anatomici, ambientali – che ne detta il destino. Con questo saggio, che precede di un anno il suo celebre studio sulla Psicologia delle folle (1895), Le Bon evidenzia i problemi legati all’esportazione di una determinata civiltà o di un modello politico da un popolo ad un altro, anticipa le ipotesi di Spengler sul tramonto dell’Occidente, e lascia ai posteri un monito profetico.


Gustave Le Bon
(1841-1931) è una delle personalità più eclettiche, con
troverse e poliedriche della Francia a cavallo tra Otto e Novecento. Antropologo, medico, psicologo, sociologo, questo spirito enciclopedico si interessa di fisica, chimica, biologia e archeologia, ma è celebre in particolare per gli studi condotti sul disordine comportamentale e la “psicologia delle folle”. Il suo capolavoro, dal titolo omonimo, è annoverato da Le Monde, nel 2010, tra le 20 opere più influenti al mondo. Lo stesso Freud rimane colpito dalle sue analisi sull’inconscio collettivo. Tra il 1860 e il 1880, Le Bon percorre un viaggio per l’Europa, l’Asia e l’Africa che gli ispira le successive pubblicazioni sull’antropologia dei popoli. A partire dal 1902 organizza i “pranzi del mercoledì” in cui invita le personalità di spicco del mondo intellettuale, tra cui Paul Valéry e Henry Bergson. Pur avendo profetizzato l’era dei regimi totalitari, criticato le derive del leninismo e del nazismo, la seconda metà del Novecento lo ha relegato ai margini del panorama culturale, facendone un pensatore minore.

edizione:Circolo Proudhon
anno:2016
pagine:160
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